La burocrazia affossa le PMI: il Made in Italy, da solo, non le può salvare

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Nel 2022 l’export Made in Italy ha registrato, secondo i dati ITAT, un incremento del 20% rispetto al 2021, superando la quota di 600 miliardi di euro.

Nel 2021 erano stati raggiunti i 516 miliardi di euro, con un +7,5% rispetto al 2019 pre-pandemia e un + 18,2% rispetto al 2020 (dati Rapporto ICE 2021-2022).

Occorre certamente leggere i numeri considerando sia l’inflazione, tornata dopo decenni a essere una variabile molto incisiva sull’economia globale, sia del forte incremento del valore delle importazioni, legato al costo delle materie energetiche, che inevitabilmente si riflettono sull’erosione dell’avanzo commerciale.

Quanto vale l’export italiano (in tutti i sensi)

Quel che è certo è che l’export italiano vale quasi un terzo del PIL nazionale e l’importanza strategica che l’eccellenza produttiva italiana riveste per l’economia del paese è confermata anche dall’istituzione del Comitato per il Made in Italy nel mondo (CIMIM), co-presieduto dai ministri Urso e Tajani, e finalizzato a fornire indirizzi strategici utili alle PMI italiane nella loro crescita nei mercati esteri.

Il prodotto italiano, non solo per i settori più tradizionalmente noti all’estero, quali Food, Fashion e Furniture, è molto apprezzato oltre confine; il rapporto di Confindustria “Esportare la dolce vita” lo conferma: a livello globale, riconoscere che un prodotto sia Made in Italy ne determina una percezione di maggior valore rispetto ai prodotti di altri Paesi.

Il Made in Italy racchiude in sé concetti chiave come garanzia sulla qualità dei materiali, accuratezza delle lavorazioni, design e riconoscibilità della manifattura italiana.

Burocrazia, costo del lavoro e tasse sono un mix erosivo

Burocrazia, costo del lavoro e tassazione tra i più alti d’Europa, uniti a una concorrenza spregiudicata, rappresentano però un mix erosivo che ogni giorno le PMI italiane devono fronteggiare per continuare a essere competitive. La ricerca di Assolombarda ha stimato che «il costo della burocrazia varia dai 108 mila euro per una piccola impresa ai 710 mila euro per un’azienda di medie dimensioni”. »

La forza del Made in Italy quindi da sola non basta, in ogni settore produttivo la richiesta è la medesima: lo Stato deve fare di più per permettere alle PMI di essere competitive e prosperare. Il rischio è che possano guardare ai paesi vicini, dalla tassazione più contenuta, con un grave danno per l’occupazione nazionale, e per la salvaguardia di un know how produttivo inestimabile.

La concorrenza straniera e il dumping

Roberto Impero, Ceo di SMA Road Safety, affermata a livello internazionale nella produzione di dispositivi stradali salvavita (barriere laterali e attenuatori d’urto), non nasconde la propria preoccupazione: “La concorrenza straniera nel nostro settore ha dato vita a un dumping aggressivo che sta erodendo la competitività dei produttori nazionali”.

“È indispensabile che le istituzioni prevedano controlli molto più severi sui prodotti esteri immessi nel nostro mercato, sia sulla solidità della stessa azienda produttrice. In Italia non è prevista una procedura di omologazione delle barriere stradali, è sufficiente la marcatura CE per autorizzarne vendita e installazione. Belgio, Norvegia, Irlanda, Germania, Medio Oriente o USA richiedono procedure di controllo severissime, che possono durare più di 12 mesi, prima che il dispositivo venga immesso nell’elenco dei prodotti approvati”.

“Costi di manodopera, normative sulla sostenibilità e la sicurezza dei lavoratori, contribuzione previdenziale, per non parlare del carico fiscale, sono un unicum del nostro paese che pesa sulla competitività internazionale e nazionale. Nel nostro settore esiste anche un problema sociale e legale da non sottovalutare, legato all’affidabilità del produttore straniero. Cosa succede e chi risponde se queste barriere straniere, preposte a salvare vite umane, non dovessero funzionare? In che modo si potrà chiamare in causa il produttore che ha sede in Turchia, Albania o Estremo Oriente?”

La distanza tra burocrazia, istituzioni e aziende

Nel mondo dell’automazione, Paola Veglio, AD di Brovind Vibratori S.p.A. che realizza macchinari vibranti per la produzione industriale, racconta come “grazie alla particolare ricerca tecnologica dei nostri macchinari riusciamo a tutelarci dalla concorrenza estera, sempre più agguerrita. Il vero problema è che le istituzioni sono anni luce lontano dalle aziende, soprattutto le PMI. Dovrebbero premiarne gli investimenti che hanno ricadute positive anche sul territorio”.

“A volte mi chiedo come in Italia possano circolare certi materiali e come abbiano superato i controlli, che in teoria dovrebbero essere gli stessi che vengono imposti alle nostre macchine quando vengono esportate. Finché esistono queste disparità sarà sempre più difficile che le aziende “sane ed etiche” competano in maniera equa. Norme oggettive che impongano parametri su materiali, sicurezza, ambiente e tutela del personale, sarebbero di grande aiuto, anche se ammetto non sia semplice parametrizzare questi concetti”.

Urge maggiore stabilità sul fronte normativo

Sul fronte delle energie rinnovabili, “la concorrenza, soprattutto asiatica, è soverchiante per il fotovoltaico Made in Italy – afferma Daniele Iudicone, Ceo di IMC Holding che da oltre un decennio si occupa di rinnovabili, fotovoltaico in primis -. In particolare la manodopera asiatica, dal costo estremamente più basso, rende molto complessa la produzione sul suolo italiano. Inserendo incentivi e sgravi fiscali per i lavoratori del settore renderebbe la lavorazione più competitiva con l’estero”.

Qui non c’entra solo la burocazia. “E’ fondamentale che ci sia maggior stabilità sul fronte normativo, solo così si potrà avere una visione che permetta una reale attuazione della transizione green del paese. In Spagna ci sono norme più stabili che consentono di pensare a investimenti a lungo termine; qui la politica, indipendentemente dai colori dei governi che si sono susseguiti, ha tracciato una rotta, seguita ancora oggi».

Burocrazia e confronto con i Paesi competitor

Alessandro Gatti, fondatore di maisonFire, brand leader nel mondo dei camini ecologici senza canna fumaria, racconta infine che “nel nostro settore, la produzione è concentrata in Gran Bretagna, Irlanda e Cina. Ciò che ci permette di competere è importare la tecnologia del camino dal mondo anglosassone e rivestirla con un design italiano, che piace molto anche all’estero. Le continue normative europee e delle stesse regioni, al pari delle auto e dell’efficienza energetica degli edifici, colpiscono duramente i produttori di caminetti e stufe”.

“Da un punto di vista dell’export, ci sono svariati paesi che possono contare su un aiuto istituzionale efficace: penso alla presenza nelle ambasciate di veri e propri uffici commerciali per ricerche di mercato e contatti.  Altro aspetto che ci penalizza è senza dubbio legato ai processi produttivi: le nostre fabbriche sono costantemente controllare su temi sacrosanti, dalla sicurezza, alle verniciature, ai ritmi di lavoro, fino alle autorizzazioni che arrivano dopo anni. Tanti paesi stranieri, nostri competitor nei mercati globali, hanno molta meno burocrazia con cui scontrarsi e sono assistiti da apparati statali più efficienti. I cosiddetti lacci e lacciuoli che ingessano l’economia italiana, da sempre”.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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